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Tesi di laurea di Don Mario Alcamo

E’ già una consuetudine radicata nella coscienza degli storici e dei cultori d’arte sacra la consapevolezza che l’espressione artistica religiosa, a qualsiasi livello, sia un importante strumento di conoscenza storica, di comunicazione sociale e di evangelizzazione e che, nell’uso del linguaggio della bellezza, essa sia in grado di esprimere un codice immediato e universale.
Ciò, del resto, ha sempre ritenuto la tradizione ecclesiastica - sia orientale sia occidentale, dall’arte funeraria catacombale fino alle più recenti committenze - e i puntuali interventi agli artisti da parte dei pontefici. Per tali motivi, oggi più che mai, superata da tempo la secolare e spinosa questione della distinzione tra arti maggiori e arti minori si guarda al “bene culturale”, materiale, religioso, mobile di area cristiana con rinnovata passione e motivato interesse.
Gli studiosi sono consci del fatto che il bene culturale di valore storico-artistico, o, per usare un’espressione più recente, di valore di civiltà, legandosi al significato di testimonianza concreta della religiosità storica dei credenti, assume una sua peculiare identità.

Infatti, nel quotidiano intreccio con le culture, l’arte sacra cristiana è divenuta nel corso dei secoli parte integrante della storia e, quindi, dell’identità della comunità da cui essa era prodotta; si è realizzato, cioè, un processo che, in termini ecclesiologici, realizza il principio dell’incarnazione. Da qui la cura e la premura da parte della Chiesa per l’arte liturgica, direttamente collegata con la sua prassi cultuale: essa vuole che le immagini, i vasi sacri, li arredi liturgici possano «splendere per decoro e bellezza». Infatti, dimensione religiosa e artistica si uniscono e si fondono inscindibilmente dentro un percorso significativo di fede e di cultura a tal punto che il patrimonio artistico, anche quello della Chiesa Madre di Calascibetta, è adatto a narrare la pietà e la devozione di un popolo che cresce, si edifica e si costruisce.L’estro umano, che ha saputo plasmare per il culto e l’uso sacro oggetti anche di elevato pregio artistico, ha colto attraverso un’attenta committenza l’itinerario religioso di quella comunità cristiana.
La presente trattazione, ha lo scopo di studiare attraverso l’esame delle arti decorative di quella Chiesa, in un periodo relativamente ampio, che va dal sec. XV al sec. XVIII, il nesso ricorrente in quella società del basso medioevo e dell’età moderna tra “potere statale” ed ecclesiastico, tra fede e cultura, tra committenza e artigianato. E, anche se lacunose e frammentarie appaiono le fonti, la posizione della Chiesa Madre di Calascibetta in questo contesto, assume singolare rilievo, dato il suo rapporto di dipendenza dalla Regia Cappella Palatina di Palermo, perché Cappella di Palazzo anch’ essa. E ricco potrebbe e dovrebbe essere il suo patrimonio artistico, se purtroppo, nel corso dei secoli, non fossero intervenuti, oltre all’usura del tempo, anche l’inettitudine e l’incuria degli uomini e i ripetuti furti, di cui la Chiesa anche in questi ultimi anni è stata vittima. Così passare in rassegna le pissidi per la distribuzione e la conservazione dell’Eucaristia, gli ostensori per la pubblica adorazione, i calici per la celebrazione dei misteri divini significa raccogliere l’eredità spirituale di un popolo credente e orante, oltre che il suo fascinoso gusto artistico, per consegnarla intatta alla custodia della memoria alle generazioni future. Va segnalato che oggi la quasi totalità delle opere prese in esame in questo lavoro si trovano custodite nel Museo Diocesano di Caltanissetta in attesa, forse, di una migliore collocazione in un erigendo museo locale dove, inserite in un contesto espositivo, potrebbero essere più fruibili al visitatore e al fedele. Se la storia di Calascibetta è ancora tutta da riscrivere - sia per il lacunoso e frammentario materiale archivistico, sia per i fantasiosi tentativi di una sua formulazione - l’occasione di aver dato pubblica disponibilità ad uno dei testi più importanti della vita politica della Città, conservati fra i libri dell’Archivio Storico delle Chiese Matrici di Santa Maria e San Pietro, il cosiddetto “Libro Rosso”, ha indotto gli studiosi a ripensare in maniera più scientifica le vicende storiche di questo comune. Ora guardare alla sua storia significa fare riferimento all’esistenza di questo libro, che raccoglie gli atti e i privilegi della nobiltà locale e i testi più significativi per la vita della comunità ecclesiastica, documentando non solo la storia dei luoghi e di talune condizioni di vita dei Canonici, ma anche la consistenza del patrimonio sia della Chiesa sia del Canonicato. La composizione e lo stato attuale del “Libro Rosso” danno la possibilità di affrontare il problema delle funzioni di questo ricco e composito testo. Gli atti copiati hanno una duplice matrice: o sono documenti liturgici, o riguardano il patrimonio.
I provvedimenti di natura liturgica sono proporzionalmente assai esigui, e perdono di rilievo nel confronto con gli atti che testimoniano in modo ufficiale la consistenza dell’asse patrimoniale di proprietà delle Chiese Matrici. Nel “Libro Rosso” sono trascritti numerosi atti d’acquisto, la maggior parte dei quali appartiene al sec. XVI. Era, questo, un tempo (li grande vitalità per le Chiese, e gli amministratori preposti alloro patrimonio sembrano aver avuto un particolare interesse a consolidare la base fondiaria della ricchezza delle Chiese Matrici e questo perché v’era una parte del ceto agrario locale che aveva la consapevolezza che le sue fortune politiche ed economiche potevano sostenersi solo per un intreccio solidale con il grande patrimonio ecclesiastico: e potevano accrescersi se questo si impinguava o perdersi se questo si impoveriva, come accadrà fra Seicento e Settecento. Purtroppo la stessa fonte archivistica risulta molto avara nel riportare gli acquisti o le donazioni degli arredi sacri, che , tuttavia, sono allo stato attuale, e dovevano esserlo ancor molto di più nel passato, una preziosa eredità di quel felice connubio. La storia delle Chiese xibetane, dunque, è elemento speculare dell’intera vicenda storica di Calascibetta. Ed è proprio dal “Libro Rosso” che si apprendono notizie dell’origine attuale del paese contenute in brani estrapolati da Goffredo Malaterra e Girolamo Zurita, rispettivamente storici del Conte Ruggero e di Pietro II d’Aragona.
Il primo narra che il Normanno nel 1062 per debellare dal centro della Sicilia i Saraceni, che si erano stanziati presso la città di Enna, aveva piantato un fortilizio sopra un monte, chiamato Xibet, dove sorgeva l’antico sito denominato con nome arabo “KalathShibet”, e, cintolo di mura, vi aveva edificato, attaccato al castello, un tempio dedicato all’Apostolo San Pietro. Il Zurita, invece, si preoccupa di annotare che Pietro Il d’Aragona, nel 1340, fece erigere un’altra Chiesa intitolata a Santa Maria Maggiore, un po’ più ad ovest della prima Matrice. Entrambe le Chiese, così, fin dalla loro origine, godettero degli onori e dei privilegi di Cappella Regia, ricevendo dagli Aragonesi anche le suppellettili liturgiche necessarie per ii culto divino. Ma la nostra fonte di più non dice circa le origini di questo paese né, tanto meno, degli avvenimenti che si verificarono nel lasso di tempo intercorso tra la presenza normanna e il dominio aragonese; ma l’affermazione del già citato Malaterra di un sito arabo e i rinvenimenti di reperti archeologici nelle necropoli di Realmese e Valleconiglio, località poco distanti da Calascibetta, ci portano a sostenere che qui gli infedeli si insidiarono al momento della loro espansione nell’isola e vi fondarono un’inespugnabile roccaforte, abbandonata, in un secondo tempo, dopo gli avvenimenti del 1062. Da allora, niente è degno di nota se non il fatto che a Calascibetta, accanto ai palazzi dei nobili, si costruirono Chiese: trentaquattro erano quelle localizzate all’ interno del perimetro urbano e quattordici sorgevano nelle campagne circostanti . Non c’erano edifici laici come nella tradizione medievale e rinascimentale di altre città. Le Chiese erano tutto: luoghi d’istruzione e d’archivio, raccolta d’opera d’arte e di sepoltura; erano, inoltre, lo status simbol di quella nobiltà, che vivendo all’ombra del campanile, riteneva sicure le proprie ricchezze. Infine, le Chiese erano stazioni di aggregazione: così si spiegano le numerose Confraternite presenti a soddisfare i bisogni degli associati e a organizzare le feste esterne; queste diventavano le uniche a favorire gli scambi relazionali. Le Chiese e gli oratori, così, diventavano luoghi di fede e di preghiera, ma anche di ritrovo civile, perché unica era la società e indivisa era la credenza. Ma, ormai, sono tante le Chiese che non esistono più: sono scomparse quelle meno ricche, con poca importanza artistica, legate anche nel degrado alla sorte della famiglia nobile a cui appartenevano. Oggi, poi, per quanto riguarda le due Chiese Matrici, dopo il terremoto del 1693, è rimasta solo quella dedicata a Santa Maria Maggiore, o meglio a San Pietro e Santa Maria Maggiore, dato che dovette assorbire anche i privilegi e gli arredi della Chiesa distrutta. Essa, che è a tre navate, risulta essere in assoluto la più “ricca” di Calascibetta: ha, rispetto alle altre, il più bel patrimonio artistico e architettonico, una bella raccolta di quadri quasi tutti restaurati, un bel coro ligneo scolpito del sec. XVII, un bassorilievo in marmo attribuito alla scuola del Gagini, un archivio interessante e non ancora sufficientemente sistemato. Se si conosce dai documenti già citati il patrocinatore della fabbrica, Pietro II, sconosciuti, al momento, rimangono gli architetti che redassero il progetto. L’antico corpo della Chiesa era costituito dall’attuale nucleo centrale, e cioè, dall’area che comprende le colonne in pietra locale, con bellissime basi e capitelli scolpiti. Le prime, dai plinti a forma pressoché cubica con gli spigoli smussati da visi umani o di animali dall’espressione ermetica, risultano estremamente interessanti; in alcuni il motivo ornamentale è costituito da volute con movimento a spirale e da teschi. Sono dei veri capolavori di scultura; non fanno riferimento ad un preciso stile, anche se molti particolari sono tipici dell’arte catalana. Non si conosce il nome dello scultore e ciò fa pensare che più abili scalpellini locali abbiano contribuito alla realizzazione di tale opera; come in qualsiasi produzione artistica, sicuramente, c’è un filo conduttore che lega le varie scene rappresentate. Non è stato mai fatto uno studio in tal senso. I secondi, i capitelli delle colonne, belli, non uguali tra loro e in buono stato di conservazione, riflettono le fasi di “crescita” della Chiesa e fanno pensare, proprio per la loro diversità, a materiale di recupero e proveniente da fabbricati diruti; le colonne, di altezza ineguale, sono tra loro unite da archi ogivali, che rimarcano lo stile tardo gotico del monumento. Gli archi, dello stesso periodo delle colonne, avevano una bella ghiera, che è stata rimossa tra il Settecento e l’Ottocento per realizzare i “cannicciati” e per poggiare e stendere gli stucchi; qualche traccia, ben visibile, è rimasta nella navata destra, venuta alla luce dopo i restauri degli anni 1985-1993, insieme alle capriate. La vecchia Chiesa, ad eccezione della parte absidale, era volumetricamente pressoché uguale a quella attuale. La facciata, ricostruita dopo il terremoto del 1693, rispecchia lo stile del Settecento: è concepita, studiata e realizzata non su giuochi di volumi, ma di superfici, dove la proporzione è sovrana, dove i vuoti sono ben armonizzati e inseriti con i pieni. E’ arricchita da una scalinata d’accesso, classica nella sua composizione e costruita con la stessa pietra di “cutj” con la quale, come è possibile notare, sono realizzati altri elementi costruttivi e decorativi del Tempio. Alla facciata esterna non corrisponde quella interna: le due finestre di destra e di sinistra del primo livello del fronte esterno corrispondono, all’ interno, rispettivamente alla Cappella del Coretto, con un pavimento in parte decorato in maiolica e semplici pitture murali, e alla Cappella del Fonte Battesimale con una lunetta in pietra di stile arabo-normanno.
Nel luglio del ‘91, durante i lavori di restauro, fu effettuato un saggio di scavo, tra la navata laterale e quella centrale: fu individuato e ispezionato il vano della Cripta e il relativo altare e un muro fortificato con feritoie, fondazione dell’attuale muro perimetrale della navata laterale sinistra. Nel 1894 i canonici, lamentando le condizioni di degrado in cui versava l’intero edificio, invitavano l’ingegnere Giuseppe D’Angelo a firmare un progetto di risanamento della Chiesa: la vecchia parte absidale mutò radicalmente: le tre absidi, all’esterno, furono costruite con la solita pietra locale montata a vista, mentre l’interno venne finito in gesso. Si realizzò all’interno e all’altezza dell’attuale Coro, un involucro a cupola privo di lanterna e di tamburo, interamente stuccato; tra i soggetti rappresentati, al centro, campeggia l’aquila normanna che regge tra gli artigli un cartiglio contenente la data della fondazione della fabbrica. Tutto l’intervento di restauro fu impostato in modo classico, così da fare apparire la Chiesa in due entità architettoniche distinte e separate, seppure unite e tra loro comunicanti. Il Coro è, inoltre, impreziosito, oltre che dalla Pala d’Altare del Gianforte del 1617, raffigurante l’Assunzione di Maria Vergine, anche da seicenteschi scranni canonicali, recentemente restaurati. Di pregevole fattura sono due opere in marmo: un fonte battesimale, che poggia su un tronco di piramide esagonale le cui sei facce sono decorate con idre fluttuanti e le cui quattro facce sono riccamente istoriate, del 1571 e un ciborio di scuola gaginiana del sec, XVII, che era ricoperto da una patina dorata, ancora visibile in alcuni punti. Alle pareti delle navate laterali sono tele di autori ignoti tutte risalenti al periodo compreso tra i secoli XVII e XIX.

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